Premessa:
questo post partecipa alla 20° edizione del “Carnevale della
Matematica” del 14 dicembre ospitato dal blog "Matematicamente" dell'amica Annarita Ruberto
"Il titolo che
ho scelto per questo post va subito al sodo. In sostanza, riprendendo
la dicotomia pitagorica che distingue i matematici, ovvero coloro che
hanno diritto ad accedere alla conoscenza, dagli acusmatici, che
invece possono stare solamente a sentire, decido di compiere una
piccola rivoluzione. Così, io che matematico non sono e, anzi,
in fatto di numeri proprio me ne dovrei star zitto, prendo la parola
e mi impelago temerariamente nell'essenza del pensiero di Pitagora
che, per l'appunto, riteneva che il numero fosse l'archè
dell'universo. Vi dico subito che il filosofo greco, nativo
dell'isola di Samo, era un tipo assai singolare. L'Ingegner Luciano
De Crescenzo da Napoli, che in fatto di esseri umani ha sempre avuto
un buon intuito, lo considera, a ragione, un piduista ante litteram.
Ciò per il fatto che la sua scuola di pensiero aveva tutte le
caratteristiche di una setta segreta. Gli adepti del cenacolo
pitagorico erano infatti vincolati a regole e rituali apparentemente
incomprensibili ma sostanzialmente mirati a definire una disciplina
di gruppo. Così i pitagorici non potevano cibarsi di fave,
spezzare il pane, toccare galli bianchi, mangiare il cuore, guardarsi
allo specchio accanto al lume...e via dicendo. Come se tutto ciò
non bastasse, Pitagora manteneva assolutamente segreta la sua
identità, parlava ai discepoli da dietro una tenda e il suo
tono era sempre ieratico e misterioso. La democrazia, poi, non era il
suo forte visto che ogni suo discorso aveva sempre inizio con questa
frase:
“Per
l'aria che respiro, per l'acqua che bevo,
non
sopporterò nessuna obiezione su ciò che sto per dire.”
dicono gli antichi che Pitagora avesse il potere
di uccidere i serpenti con un morso, che avesse accarezzato una
bianca aquila discesa dal cielo per salutarlo...financo sostengono
che fosse comparso nello stesso istante a Crotone e a Metaponto...
ma, aldilà del mito e di quell'antipatico andazzo da...Gran
Maestro è giusto dire che l'opera matematica di Pitagora e
della sua scuola costituisce senz'altro, nel bel mezzo del sesto
secolo a.C., il primo tentativo di costruzione razionale della
geometria. A Pitagora si deve la distinzione tra logistica, o scienza
del calcolo e aritmetica o scienza dei numeri. I pitagorici
distinsero i numeri in varie categorie: i pari e i dispari, i
quadrati e i rettangoli e li indicarono con figure geometriche che,
formate da punti, permisero la risoluzione di importanti problemi
come nel caso di alcune equazioni di 2° grado. Inoltre,
nell'ambito della scuola di Pitagora, si ebbe l'intuizione degli
incommensurabili, la costruzione della tavola pitagorica e la
scoperta di quel teorema che, proprio dal Venerabile Maestro, prese
il nome. Ma tutto ciò si sviluppò dalla rivoluzionaria
convinzione di Pitagora secondo la quale il numero era il principio
dell'universo. Non l'acqua, come era nelle convinzioni di Talete, non
l'aria come invece pensava Anassimene. Così, per Pitagora, il
numero Uno è un punto (una sorta di atomo), il Due una retta, il tre un piano e il Quattro un solido. In conseguenza di ciò:
due Unità Punto individuano una retta, tre Unità punto
un piano e quattro unità punto un solido. Pertanto, visto che
tutte le cose esistenti in questo mondo, inclusi gli esseri umani,
hanno una forma, è sempre possibile scomporre questa forma in
un insieme di punti o di linee e quindi, in sostanza, di numeri.
All'inizio dei tempi, però, esisteva soltanto il Caos e così
la Monade, ovvero il numero Uno, creò i numeri e, da questi
generò i punti e le linee. Infine intervenne l'Armonia a
definire le giuste distanze fra le cose e al Caos si sostituì
il Cosmos, vale a dire l'Ordine. Pitagora disegna dunque un Universo
fondato sui numeri, con relazioni precise, costanti e ferre
gerarchie...forse un tantino troppo equilibrato e rigido, tanto
rigido da scricchiolare all'impatto coi numeri irrazionali.
Immaginatevi lo stato d'animo di quello che si considerava il
filosofo per eccellenza (...e in effetti il termine filosofo lo aveva
coniato proprio lui!) quando, nel fare il rapporto fra la diagonale e
il lato di un quadrato, scoprì che il risultato era diverso da
qualsiasi numero intero o decimale. Che c'era un qualcosa che poteva
impietosamente far saltare l'Armonia del suo Cosmos, troppo preciso,
troppo ordinato, oltre ogni ragionevole dubbio. Ma, se siamo venuti a
conoscenza di tutto ciò, lo dobbiamo al suo discepolo Ippaso
che, rompendo il silenzio cui erano legati i membri della scuola,
andò a diffondere la scoperta dei numeri irrazionali fra gli
indegni acusmatici. Tramandano gli antichi che Ippaso affrontò
i marosi dello Ionio per sfuggire alle ire di Pitagora. Ma tutti noi
sappiamo che è veramente difficile scampare alla furia di un
essere così speciale, capace di trovarsi nello stesso istante
a Crotone e a Metaponto. Un essere molto simile alla “nera signora”
di Samarcanda. Pertanto, la nave su cui viaggiava Ippaso scomparve,
in circostanze tuttora avvolte nel mistero, davanti alle coste del
crotonese. Non si sa perché ma, in questo strano paese, quando
si vuol nascondere una vicenda scomoda ed entrano in gioco bizzarre
combricole e società segrete, tutto è avvolto nel
silenzio, le strade diventano tortuose e impraticabili e portano
sempre lontano...molto lontano dalla verità. Così il
“venerabile” Pitagora, abile anche nel trovar ingegnosi
diversivi, convinse, nel frattempo, i Crotonesi a dichiarar guerra ai
raffinati sibariti, troppo lascivi e goderecci per i canoni della
filosofia pitagorica. Ma alla fine, siccome è vero che tutti i
nodi vengono al pettine e pure che il diavolo fa le pentole ma non i
coperchi, i democratici di Crotone si sollevarono e, guidati
dall'ardimentoso Cilone, assalirono la villa dell'atleta Milone in
cui probabilmente si svolgeva un dotto convivio fra il “Venerabile”
e i suoi discepoli. L'istinto immediato fu quello di darsi alla fuga
ma, narra la leggenda, che più della paura poté la
coerenza ai principi della setta e così, essendosi Pitagora
trovato dinnanzi ad un campo di fave, si guardò bene
dall'attraversarlo. Lì fu raggiunto dai rivoltosi imbufaliti
che, senza alcuna remissione e...chissà, nel nome di una
cultura che non dovrebbe mai essere patrimonio di una ristretta
elite, posero fine ai suoi giorni.
-
Finché siamo tra noi – diceva Pitagora ai suoi adepti –
parliamo pure liberamente, quando invece siamo tra gli acusmatici
parliamo per codici, per numeri. Perché se loro capissero ciò
che noi sappiamo, noi perderemmo subito il potere. La conoscenza è
potere: teniamo gli altri all'oscuro e rimarremo solo noi a
detenerlo. - Certo il
filosofo di Samo fu grande matematico, propenso
al metodo e all'analisi, pieno di “carisma e sintomatico mistero”,
aristocratico... ma, cari miei, se questa è la sua visione
della cultura, preferisco i miei dubbi, le mie perplessità e,
sinceramente, io sto dalla parte del sovversivo Cilone e di quegli
acusmatici che, in barba agli austeri e inarrivabili luminari, devono
sentire ogni giorno il dovere di istruirsi, di non lasciare il mondo
in mano a occulti e, a volte, poco venerabili maestri."
Ultimi commenti